E’ buona norma confessare un pregiudizio prima di iniziare l’analisi: credo che – con buona probabilità – dio non esista e che le religioni siano un affascinante artificio edificato dagli uomini per rendere più tollerabile la morte, di sé e delle persone amate, e la terribile prospettiva del nulla, così terribile che è persino impensabile la sua rappresentazione.
Ecco quindi venire in soccorso la fantasia, la capacità creativa dell’uomo che è in effetti qualcosa di divino senza dio.
Vi confesso tuttavia che spero di sbagliarmi, dato che la prospettiva di vivere in eterno, sia in paradiso che all’inferno (non al purgatorio che è troppo di centro), mi appare tutto sommato stimolante.
Partirei da una ricognizione dell’esistente, ovvero di ciò che sono oggi le religioni presenti in Occidente, quelle maggioritarie, quelle di cui ci “interessa” il dialogo: cattolicesimo ed islam.
I buddisti infatti, che pure mi stanno simpatici perché non rivendicano alcuna egemonia (e Pomaia è un luogo incantevole dove si possono gustare ottimi pranzi vegetariani), ed i Valdesi a cui per spocchia (e vicinanza) intellettuale destino il mio otto per mille, sono poco più che associazioni del dopolavoro ferroviario, mentre gli ebrei – già storicamente poco presenti in Italia – sono stati decimati dal nazifascismo e sono oggi poche migliaia di persone, buone per essere tirate da una parte o dall’altra a seconda di come la si pensi sullo Stato di Israele.
Sia il cattolicesimo che l’islam perseguono, ritengo consapevolmente (a livello di elites), un progetto di dominazione - dei corpi, delle idee, delle società - a cui ritengo necessario opporre la forza e la resistenza del pensiero laico e progressista.
Il dialogo tra cattolicesimo ed islam è, in questa particolare fase storica, il dialogo tra due totalitarismi, e si vi è salvezza per gli uomini e per le donne di questo mondo sta oggi nel rifiutarli entrambi, sostituendo nella pratica al dialogo interreligioso il dialogo tra persone libere (come può essere una persona libera oggi, ovvero all’interno di un quadro economico ed ideologico che la condiziona pesantemente).
Intendiamoci, non sto accusando i credenti di queste confessioni di essere nella loro totalità dei pericolosi reazionari: esistono molte persone sinceramente progressiste e nello stesso tempo profondamente religiose, con cui è piacevole intrattenersi e coltivare la speranza di una riforma.
Ma una rondine non fa primavera e di certo i messaggi provenienti dalle gerarchie cattoliche ed islamiche possono essere ricompresi nella categoria dei sistemi di pensiero reazionari (oggettivamente alleati dei movimenti politici schierati a destra).
Le comunità di base cattoliche, e gli islamici progressisti – che pure ci sono – sono del tutto minoritari e qualche “prete di frontiera” (alla Zappolini o alla Santoro per prendere due esempi a noi vicini) non valgono la brutale repressione e la conseguente sconfitta del movimento della teologia della liberazione.
Riporto, come pretesto ai fini del nostro discorso, uno dei passaggi più significativi dell’intervento di papa Ratzinger in occasione della “Giornata mondiale della pace”, celebratasi il 1 gennaio 2007:
“Il diritto alla vita e alla libera espressione della propria fede in Dio non è in potere dell’uomo. La pace ha bisogno che si stabilisca un chiaro confine tra ciò che è disponibile e ciò che non lo è: saranno così evitate intromissioni inaccettabili in quel patrimonio di valori che è proprio dell’uomo in quanto tale.
Per quanto concerne il diritto alla vita, è doveroso denunciare lo scempio che di essa si fa nella nostra società: accanto alle vittime dei conflitti armati, del terrorismo e di svariate forme di violenza, ci sono le morti silenziose provocate dalla fame, dall’aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall’eutanasia”.
E’ chiara – e inaccettabile - l’analogia esplicita che si stabilisce tra una donna che decide di non far nascere il proprio figlio (o Piergiorgio Welby che implora di poter morire) ed un terrorista tagliagole (tutti condannati, implicitamente, alla dannazione), ed è difficile non notare l’intima contraddizione con il passaggio successivo in cui il “pastore tedesco” si sofferma sulla condizione femminile, riservando un attacco neppure troppo nascosto all’islam:
“Penso allo sfruttamento di donne trattate come oggetti e alle tante forme di mancanza di rispetto per la loro dignità; penso anche - in un contesto diverso – alle visioni antropologiche persistenti in alcune culture, che riservano alla donna una collocazione ancora fortemente sottomessa all’arbitrio dell’uomo, con conseguenze lesive per la sua dignità di persona e per l’esercizio delle stesse libertà fondamentali”.
Il controllo sul corpo della donna, la colpevolizzazione e la condanna della libertà individuale di per sè, rendono al contrario sinistramente simili il cattolicesimo e l’islam odierni.
Nell’islam è tutto apparentemente più evidente: il corpo velato della donna cosa altro è se non il segno più visibile della dominazione maschile e dell’imposizione di una religione patriarcale?
Su questo tema esiste un dibattito piuttosto ricco, di cui è impossibile dare conto nel poco spazio di questo intervento.
Vi è chi sostiene che sia del tutto legittimo che una donna decida di coprirsi parti del proprio corpo e che l’attenzione ossessiva nei confronti del problema del velo celi intenti discriminatori nei confronti degli immigrati oggi presenti nei paesi europei.
La vista di una suora – in effetti - non sembra turbarci più di tanto, (eppure ha il corpo ed una parte del volto nascosti) e non suscita appassionati dibattiti, e di certo vi è un’evidente disparità di trattamento nei confronti delle donne che liberamente abbracciano i precetti della religione islamica.
Sono argomentazioni difficilmente contestabili e per molti versi condivisibili.
Tuttavia quando l’imam locale (e quindi non un semplice fedele ma il “colto” rappresentante locale della comunità islamica) in conversazione privata mi rivela che sua moglie indossa “liberamente” il burqa per proteggersi dagli sguardi degli altri uomini, e dalla possibilità di una violenza suscitata dallo scatenamento dei “naturali” istinti maschili alla vista di un ginocchio scoperto, confesso il mio turbamento, e mi chiedo quanto libera sia quella libera scelta, e se al contrario la libertà dalla religione (in questo caso islamica) non sia la condizione primaria per una liberazione che sia veramente tale.
Che dire poi dell’atteggiamento nei confronti degli omosessuali?
In alcuni paesi islamici se sorpresi in “pratiche” omosessuali si può essere condannati a morte.
La chiesa cattolica si “limita” a definire contro natura i rapporti tra persone dello stesso sesso, invitando i poveri gay a vivere privatamente e con riserbo la loro malattia, astenendosi da pratiche sessuali e sopportando cristianamente la sventura loro occorsa, (in questi giorni il Vaticano si è schierato addirittura contro il serial televisivo “Un medico in famiglia” a causa della presenza di una “normalissima” coppia gay).
Sorprenderebbe quindi, date le molteplici similitudini, un’eventuale mancanza di dialogo tra le due principali religioni monoteiste concorrenti.
Sono convinto invece che quello che si sta svolgendo sotto i nostri occhi sia uno stucchevole gioco delle parti e che attraverso il dialogo interreligioso (che come tutti i dialoghi è composto da momenti di scontro, di confronto e di accordo) si giungerà infine ad un’equa e concordata ripartizione delle anime (e degli interessi) secondo le zone geografiche, come ai tempi della guerra fredda e della contrapposizione tra le due potenze nucleari, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.
E’ un gioco che non mi piace e a cui non intendo partecipare.
Il dialogo interreligioso, parliamoci chiaro, è diventato molto di moda qui da noi anche in seguito alla presenza in Italia di numerosi immigrati musulmani.
In passato illustri prelati quali il cardinale Biffi hanno teorizzato la via preferenziale per gli immigrati di religione cattolica discettando sulla presunta non integrabilità dei cittadini di religione musulmana.
Il fatto è che molti immigrati “scoprono” la “loro” religione, la religione degli antenati, proprio una volta giunti in Italia.
Partono indifferenti alla questione religiosa e si trasformano in uomini di fede una volta giunti a destinazione (paradossalmente, si potrebbe affermare, “divengono” refrettari all’integrazione).
La chiusura all’interno della comunità nazionale di riferimento cementata da un comune credo religioso è l’esito più probabile dell’impatto difficoltoso con la società di approdo, impatto oggi “mediato” dalla crisi del welfare nazionale, dalle contraddizioni del modo di produzione dominante (precarietà, disoccupazione, sottoccupazione) dalla forza di ideologie xenofobe propagandate dai vari imprenditori dell’odio (partiti politici e mezzi di comunicazione di massa).
La religione è un patrimonio identitario sempre disponibile, pronto ad essere utilizzato e re-inventato, e funzionale in questo caso ad un modello di integrazione subalterna.
Accettando la logica dell’integrazione (e del dialogo) tra culture, comunità e - in definitiva - tra diverse religioni a rimetterci sono gli individui costretti in un’identità monolitica attraverso cui rivendicare i propri diritti ed il proprio inserimento.
Si rinuncia alla pluralità della propria identità, alla molteplicità delle proprie appartenenze, per abbracciare un unicum totalitario e monolitico, soprattutto se questo è l’unico modo disponibile per rivendicare i propri diritti.
Ma è un percorso in cui si perde qualcosa.
A rimetterci sono i singoli individui, abbracciati sino a soffocare da vescovi ed imam.
A rimetterci sono le nostre società, che si segmentano progressivamente in varie religioni-culture-comunità scarsamente democratiche al loro interno, disposte gerarchicamente, il cui inter-dialogo è condotto da ristrette elites autonominatesi tali, depositarie della verità, che agiscono in nome e per conto dei loro fedeli.
Le osservazioni a tal proposito di Amartya Sen risultano, in conclusione, decisive (A.Sen, “Identità e violenza”, Laterza, 2006):
“Il mondo (..) è visto (..) come una federazione di religioni o di civiltà, ignorando così tutti gli altri modi in cui gli esseri umani considerano se stessi (..).
La stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz (..).
Ognuna di queste collettività, a cui questa persona appartiene simultaneamente, le conferisce una determinata identità. Nessuna di esse può essere considerata l’unica identità o l’unica categoria di appartenenza della persona(..).
Quando le prospettive di buoni rapporti tra esseri umani diversi sono viste (come sempre più spesso accade) principalmente in termini di “amicizia tra civiltà” o di “dialogo tra gruppi religiosi”, o di “relazioni amichevoli tra comunità diverse” (ignorando i moltissimi, diversi modi in cui gli individui si relazionano fra di loro), i progetti per la pace vengono subordinati a un approccio che “miniaturizza” gli esseri umani(..).
La speranza di armonia nel mondo contemporaneo risiede in gran parte in una comprensione più chiara delle pluralità dell’identità umana, e nel riconoscimento che tali pluralità sono trasversali e rappresentano un antidoto a una separazione netta lungo una linea divisoria fortificata ed impenetrabile”.
domenica 11 febbraio 2007
giovedì 8 febbraio 2007
Carlo Giuliani: l'esecuzione
Giuliani, Raciti ed il Giornale
Ai miei amici che tanto si sono scandalizzati (più per una frase detta in un dopo cena che per il contenuto del mio post, suppongo): leggetevi questo bell'articolo pubblicato su Il Giornale il 5 febbraio 2007.
E fatevi un'idea del motivo per cui uno diventa larrabbiato.
La mamma di Carlo Giuliani ora pensi a mamma Raciti
di Ruggero Guarini - lunedì 05 febbraio 2007, 07:00
Gentile senatrice Haidi Giuliani, mi consenta di sottoporle una proposta un po’ audace: inviti la regista Francesca Comencini, sua grande amica, a prendere un tè nel suo ufficio a palazzo Madama e le suggerisca, con tutto il tatto richiesto dal delicato argomento che mi permetto di prospettarle, di dedicare alla mamma di Filippo Raciti, l’agente ammazzato venerdì allo stadio Massimino di Catania, un film simile a quello con cui la medesima vivace cineasta, ormai circa sei anni fa, volle onorare il suo dolore di madre orbata del proprio eroico figliolo caduto a piazza Alimonda sul fronte della resistenza alla sbirraglia dello Stato dei padroni.
Il titolo di questo nuovo film potrebbe ricalcare fedelmente quello del film precedente. Se quello si chiamava Carlo Giuliani, ragazzo, questo potrebbe chiamarsi Il ragazzo Filippo Raciti. E come al centro di quello figurava la sua intervista, così al centro di questo dovrebbe figurare un’intervista alla mamma dell’agente siciliano. Ma forse, per imprimere anche al nuovo film lo stesso stile sentimentale e morale di quello precedente, sarebbe forse meglio che la Comencini intervistasse nuovamente lei. Giacché soltanto lei potrebbe onorare la memoria del povero Raciti con la stessa impareggiabile dolcezza con cui, in quella sua memorabile performance audiovisiva, seppe dar voce alla sua potente passione di madre politicamente turbata e commossa mediante un’impeccabile ricostruzione del pacifico percorso del suo Carlo all’interno del corteo con cui quel giorno, a Genova, lui e i suoi compagnucci del movimento antiglobale espressero la loro mansueta volontà di lotta anti-imperiale fino al momento in cui quell’angioletto venne proditoriamente assassinato dal carabiniere Placanica mentre lui tentava eroicamente di accopparlo con un estintore.
Fra l’altro molte battute di quella vecchia intervista potrebbero essere facilmente adattate al nuovo film. La più commovente di tutte potrebbe anzi restare pressoché immutata. «Si è detto – lei disse – che Carlo fosse un disadattato. Non lo era, ma anche fosse? È un motivo sufficiente per ammazzare la gente?». Dovrebbe soltanto tradurla così: «Si è detto che Filippo fosse uno sbirro. Magari lo era, ma allora? Be’, sembra che questo, per il mio Carlo, fosse un motivo sufficiente per tentare di ammazzarlo».
La frase di lancio del film su Raciti potrebb’essere infine la stessa che Erri De Luca scrisse per quello su Giuliani: «Una madre racconta la giornata breve di suo figlio, dall’uscita di casa in un mezzogiorno di luglio fino al proiettile del pomeriggio sparato in testa. Un’altra madre ascolta e registra voce, faccia, racconto. In mezzo a loro due scorrono le folle che invasero Genova per essere pietra d’inciampo alla riunione dei signori del mondo, per essere pietra d’angolo di una nuova casa-mondo». Basta sostituire Catania a Genova e tutto funzionerebbe lo stesso. Coraggio, signora, si metta al lavoro.
guarini.r@virgilio.it
E fatevi un'idea del motivo per cui uno diventa larrabbiato.
La mamma di Carlo Giuliani ora pensi a mamma Raciti
di Ruggero Guarini - lunedì 05 febbraio 2007, 07:00
Gentile senatrice Haidi Giuliani, mi consenta di sottoporle una proposta un po’ audace: inviti la regista Francesca Comencini, sua grande amica, a prendere un tè nel suo ufficio a palazzo Madama e le suggerisca, con tutto il tatto richiesto dal delicato argomento che mi permetto di prospettarle, di dedicare alla mamma di Filippo Raciti, l’agente ammazzato venerdì allo stadio Massimino di Catania, un film simile a quello con cui la medesima vivace cineasta, ormai circa sei anni fa, volle onorare il suo dolore di madre orbata del proprio eroico figliolo caduto a piazza Alimonda sul fronte della resistenza alla sbirraglia dello Stato dei padroni.
Il titolo di questo nuovo film potrebbe ricalcare fedelmente quello del film precedente. Se quello si chiamava Carlo Giuliani, ragazzo, questo potrebbe chiamarsi Il ragazzo Filippo Raciti. E come al centro di quello figurava la sua intervista, così al centro di questo dovrebbe figurare un’intervista alla mamma dell’agente siciliano. Ma forse, per imprimere anche al nuovo film lo stesso stile sentimentale e morale di quello precedente, sarebbe forse meglio che la Comencini intervistasse nuovamente lei. Giacché soltanto lei potrebbe onorare la memoria del povero Raciti con la stessa impareggiabile dolcezza con cui, in quella sua memorabile performance audiovisiva, seppe dar voce alla sua potente passione di madre politicamente turbata e commossa mediante un’impeccabile ricostruzione del pacifico percorso del suo Carlo all’interno del corteo con cui quel giorno, a Genova, lui e i suoi compagnucci del movimento antiglobale espressero la loro mansueta volontà di lotta anti-imperiale fino al momento in cui quell’angioletto venne proditoriamente assassinato dal carabiniere Placanica mentre lui tentava eroicamente di accopparlo con un estintore.
Fra l’altro molte battute di quella vecchia intervista potrebbero essere facilmente adattate al nuovo film. La più commovente di tutte potrebbe anzi restare pressoché immutata. «Si è detto – lei disse – che Carlo fosse un disadattato. Non lo era, ma anche fosse? È un motivo sufficiente per ammazzare la gente?». Dovrebbe soltanto tradurla così: «Si è detto che Filippo fosse uno sbirro. Magari lo era, ma allora? Be’, sembra che questo, per il mio Carlo, fosse un motivo sufficiente per tentare di ammazzarlo».
La frase di lancio del film su Raciti potrebb’essere infine la stessa che Erri De Luca scrisse per quello su Giuliani: «Una madre racconta la giornata breve di suo figlio, dall’uscita di casa in un mezzogiorno di luglio fino al proiettile del pomeriggio sparato in testa. Un’altra madre ascolta e registra voce, faccia, racconto. In mezzo a loro due scorrono le folle che invasero Genova per essere pietra d’inciampo alla riunione dei signori del mondo, per essere pietra d’angolo di una nuova casa-mondo». Basta sostituire Catania a Genova e tutto funzionerebbe lo stesso. Coraggio, signora, si metta al lavoro.
guarini.r@virgilio.it
mercoledì 7 febbraio 2007
Il poliziotto si chiamava Filippo
Ho ricevuto un commento da un amico, pressochè un fratello.
Lo pubblico, come è giusto che sia.
Nei prossimi giorni larrabbiato spiegherà che coltivare i risentimenti è anche un modo per conservare la memoria.
Nei prossimi giorni, perchè anche stanotte debbo lavorare.
Sinceramente avrei anche da pensare ad altro, il che non mi entusiasma però si chiama lavoro, eppure mi viene voglia di rispondere al tuo post “Carlo Federico e il poliziotto”.
Siano benedetti internet, i blog e la posta elettronica che riescono a farci magicamente interagire come due mondi lontani attraverso un codice morse, mentre ormai sono sempre più rarefatti i momenti in cui si riesce a stare insieme e parlare, ascoltare la ragione e l’emozione uscire dalle parole dell’altro.
Mi spiace “arrabbiato” ma su questa strada non riesco a seguirti. Ho riflettuto molto su quello che è successo venerdì a Catania, su quello che è stato detto, su quello che ci siamo detti. Non posso sentirmi vicino ad un modo di pensare così ottuso, che ancora una volta riduce un episodio così grave, che va ben al di là del coinvolgimento di un agente di polizia, al solito teatrino massimalista del confronto tra vite spezzate da una parte e dall’altra, che in realtà stanno dalla stessa parte, quella di un ingiustizia che non si riesce ad evitare e cui non si riesce a dare risposta.
Non posso pensare che quanto è successo ti abbia unicamente dato lo spunto per esternare la rivendicazione di altri fatti che a ragione pretendono giustizia, ma che non possono certo pretendere di averla attraverso il contrapporsi a eventi diversi, purtroppo analoghi nell’esito triste e drammatico.
Non capisco poi perché se muore un civile devi dire che è morto Carlo, Federico o Francesco, come fosse uno di famiglia, se invece muore un agente lo liquidi come “il poliziotto”. La perdita di una vita umana non può essere strumentalizzata così. E utilizzare un tono simile non fa altro che contribuire ad alimentare rancore verso un settore che, volenti o nolenti, è necessario alla vita civile della nostra società.
Ti rammento che se Rifondazione è dalla parte soprattutto dei lavoratori e delle classi più svantaggiate dovrebbe essere anche, in buona misura, dalla parte dei membri delle forze dell’ordine, che provengono spesso da famiglie con pochi mezzi in particolare del sud, che fanno un lavoro rischioso, mal pagato, sempre più vituperato. Credimi, non amo le divise o le armi, vorrei davvero poter vivere in una società in cui non ci fosse bisogno né di polizia, né di carabinieri né di esercito, ma evidentemente questa nostra società non è ancora abbastanza matura, civile, giusta affinché ciò possa realizzarsi.
Il tuo pensiero sembra rispecchiare una mentalità che è incline al muro contro muro, alla retorica giustificazione della risposta violenta come reazione sociale verso lo Stato come potere o i suoi rappresentanti (tra i quali ti ricordo ci sei anche tu). Di morte e violenza ne ho davvero abbastanza. C’è violenza nelle parole sprecate a fiumi in televisione, c’è violenza nella società che mette gli uni contro gli altri, c’è violenza nei rapporti personali e lavorativi, c’è violenza nel traffico che sta distorcendo le nostre vite ed i nostri nervi.
Si dice che ci vorrebbe una cultura civile diversa per poterci salvare da tutto questo. La cultura civile che scaturisce dal tuo pensiero e dalle tue parole mi rendo conto che non mi appartiene.
con affetto
Lo pubblico, come è giusto che sia.
Nei prossimi giorni larrabbiato spiegherà che coltivare i risentimenti è anche un modo per conservare la memoria.
Nei prossimi giorni, perchè anche stanotte debbo lavorare.
Sinceramente avrei anche da pensare ad altro, il che non mi entusiasma però si chiama lavoro, eppure mi viene voglia di rispondere al tuo post “Carlo Federico e il poliziotto”.
Siano benedetti internet, i blog e la posta elettronica che riescono a farci magicamente interagire come due mondi lontani attraverso un codice morse, mentre ormai sono sempre più rarefatti i momenti in cui si riesce a stare insieme e parlare, ascoltare la ragione e l’emozione uscire dalle parole dell’altro.
Mi spiace “arrabbiato” ma su questa strada non riesco a seguirti. Ho riflettuto molto su quello che è successo venerdì a Catania, su quello che è stato detto, su quello che ci siamo detti. Non posso sentirmi vicino ad un modo di pensare così ottuso, che ancora una volta riduce un episodio così grave, che va ben al di là del coinvolgimento di un agente di polizia, al solito teatrino massimalista del confronto tra vite spezzate da una parte e dall’altra, che in realtà stanno dalla stessa parte, quella di un ingiustizia che non si riesce ad evitare e cui non si riesce a dare risposta.
Non posso pensare che quanto è successo ti abbia unicamente dato lo spunto per esternare la rivendicazione di altri fatti che a ragione pretendono giustizia, ma che non possono certo pretendere di averla attraverso il contrapporsi a eventi diversi, purtroppo analoghi nell’esito triste e drammatico.
Non capisco poi perché se muore un civile devi dire che è morto Carlo, Federico o Francesco, come fosse uno di famiglia, se invece muore un agente lo liquidi come “il poliziotto”. La perdita di una vita umana non può essere strumentalizzata così. E utilizzare un tono simile non fa altro che contribuire ad alimentare rancore verso un settore che, volenti o nolenti, è necessario alla vita civile della nostra società.
Ti rammento che se Rifondazione è dalla parte soprattutto dei lavoratori e delle classi più svantaggiate dovrebbe essere anche, in buona misura, dalla parte dei membri delle forze dell’ordine, che provengono spesso da famiglie con pochi mezzi in particolare del sud, che fanno un lavoro rischioso, mal pagato, sempre più vituperato. Credimi, non amo le divise o le armi, vorrei davvero poter vivere in una società in cui non ci fosse bisogno né di polizia, né di carabinieri né di esercito, ma evidentemente questa nostra società non è ancora abbastanza matura, civile, giusta affinché ciò possa realizzarsi.
Il tuo pensiero sembra rispecchiare una mentalità che è incline al muro contro muro, alla retorica giustificazione della risposta violenta come reazione sociale verso lo Stato come potere o i suoi rappresentanti (tra i quali ti ricordo ci sei anche tu). Di morte e violenza ne ho davvero abbastanza. C’è violenza nelle parole sprecate a fiumi in televisione, c’è violenza nella società che mette gli uni contro gli altri, c’è violenza nei rapporti personali e lavorativi, c’è violenza nel traffico che sta distorcendo le nostre vite ed i nostri nervi.
Si dice che ci vorrebbe una cultura civile diversa per poterci salvare da tutto questo. La cultura civile che scaturisce dal tuo pensiero e dalle tue parole mi rendo conto che non mi appartiene.
con affetto
Iscriviti a:
Post (Atom)
