domenica 14 gennaio 2007

Rom a(ll) Opera

Non conosco nessun romanes, se per conoscenza si intende la partecipazione empatica alle altrui vicende che è possibile soltanto attraverso la continuità, nel tempo, del legame e per ciò forza la sua intensità.
La mia conoscenza è perciò indiretta, deriva dai libri che ho letto e dalla scelta di campo che ho fatto: mi rifiuto di essere cieco e non mi accontento delle storielle che alcuni meschini ci raccontano.
Con il lavoro che faccio ho avuto modo di parlare più volte con un uomo ed una donna di origine rom. Un’origine peraltro, nel loro caso, dissimulata. Rientra appieno nelle strategie di mascheramento che la nostra società rende necessarie. In alcuni casi per mantenere la propria rispettabilità, in altri – come nel caso dei soggetti in questione – per sopravvivere.
Ma questa conoscenza vive all’interno di un rapporto che non è paritario: sono io un’autorità – ed il termine è cosi supponente che sono perfino a restio ad usarlo – sono loro soggetti di questa autorità.
Amministratore io, amministrati loro.
Alla condizione “normale” di differenziazione di funzione, nel caso dei rom, come in quello degli stranieri in generale, si affianca – ed è predominante – la gerarchizzazione: in definitiva io ho l’impressione di poter contare qualcosa, che la mia voce possa essere ascoltata, loro hanno la certezza di non avere alcun potere.
Al massimo, possono sperare nella bontà di chi li circonda.
Ma “chi” li circonda è spesso una massa impaurita e perciò ostile: piccoli bianchi (occidentali) sballottati dai mutevoli flussi del mercato e del capitale. Nel regno dell’incertezza la certezza della propria differenza dai selvaggi, dagli spossessati e dai miseri è difesa con le unghie e con i denti: se questa si attenua si precipita nella disperazione.
Il razzismo è nelle classi popolari, e anche gli ultimi episodi di cronaca ci raccontano questa verità: a bruciare i campi rom, ad appiccare materialmente i fuochi, sono persone come noi, del popolo, privi di mezzi – se soli nella propria individualità – per incidere nella realtà.
Le regole di questa realtà sono stabilite in luoghi lontani, da persone che non hanno ricevuto alcun mandato popolare, e che perciò – in una società realmente democratica e non in questo inganno che stiamo vivendo – non avrebbero alcuna legittimità ad operare, a prendere decisioni se non per se stessi.
Quando una grande azienda licenzia migliaia di lavoratori la borsa premia la scelta, ed il titolo sale: questo semplice fatto mostra più di ogni altro complicato ragionamento che c’è del marcio in Danimarca.
Tuttavia non possiamo ignorare la realtà, il dato di fatto nella sua crudezza: a bruciare le tende dei rom ad Opera non sono stati certo dei ricchi imprenditori capi d’azienda, o dei colti scrittori schierati a destra, o dei brillanti giornalisti dei quotidiani nazionali, ma uomini e donne dei ceti popolari, qualunque sia la loro nuova composizione.
Ma il razzismo è dei potenti, che organizzano la ribellione in sommossa anziché in rivoluzione, in pogrom contro i più deboli anziché in rivolta contro i detentori degli ingiusti privilegi.
La organizzano fornendo le necessarie argomentazioni: la lotta decisiva non è quella contro la miseria, ma quella contro il misero, trasformato nella figura del parassita.
Il popolo è oggi trasformato in massa indistinta, folla, e l’humus è nel quotidiano: le trasmissioni televisive con donne seminude, i quiz scemi, ed i settimanali di gossip godono di grande fortuna, poiché esauriscono la quasi totalità dell’offerta.
Il popolo è indifeso ed ignorante perché – in definitiva – è solo, e la libertà, la vera libertà che è quella da ogni oppressione, può nascere soltanto dalla conoscenza e dalla consapevolezza, che possono crescere soltanto dentro ed attraverso uno sforzo collettivo.
I potenti non hanno certo alcun interesse a dotare le classi subalterne delle conoscenze necessarie ad interrogare il proprio destino e quello dei loro simili, non per cattiveria, ma semplicemente perché non è per loro conveniente: se vi è una speranza questa consiste ancora nell’auto-organizzazione delle classi popolari, nella forza del numero (che è una delle risorse se non la più decisiva per gli spossessati) e nella spregiudicatezza dell’autodidatta.
Un tempo, innanzi alla grande emigrazione dal sud d’Italia, le forze della sinistra che coincidevano con il partito comunista, guidavano la produzione del simbolico nell’ottica non solo di favorire la convivenza, ma il conflitto: non sono terroni, si diceva, ma lavoratori, come noi.
Se vi farete convincere che siete diversi, i veri diversi – quelli che detengono il potere e che vi sfruttano – avranno vinto.
Certo, non fu tutto rose e fiori, ma un pensiero forte a guidare l’azione c’era, e forse i tempi erano meno barbari di quelli odierni, anche se a guardarsi bene indietro sono pochi i tempi da rimpiangere.
Ora ad opporre un discorso alla canea razzista montante vi sono uomini e donne di buona volontà, stretti nei movimenti (che nel nostro caso sono le associazioni antirazziste) e quel che resta delle forme istituzionali della politica, naturalmente a sinistra.
Non mi piace dirlo: una risicata minoranza, spesso litigiosa per e su altre questioni, che spesso si disperde – o è del tutto assente – quando si organizzano assemblee popolari e comitati anti-rom.
Non fa piacere a nessuno constatare la propria minorità.
Nessuno è innocente, e quelle bocche spalancate ad invocare la cacciata dei rom raccontano anche della nostra inadeguatezza.

Nessun commento: