mercoledì 7 febbraio 2007

Il poliziotto si chiamava Filippo

Ho ricevuto un commento da un amico, pressochè un fratello.
Lo pubblico, come è giusto che sia.
Nei prossimi giorni larrabbiato spiegherà che coltivare i risentimenti è anche un modo per conservare la memoria.
Nei prossimi giorni, perchè anche stanotte debbo lavorare.


Sinceramente avrei anche da pensare ad altro, il che non mi entusiasma però si chiama lavoro, eppure mi viene voglia di rispondere al tuo post “Carlo Federico e il poliziotto”.
Siano benedetti internet, i blog e la posta elettronica che riescono a farci magicamente interagire come due mondi lontani attraverso un codice morse, mentre ormai sono sempre più rarefatti i momenti in cui si riesce a stare insieme e parlare, ascoltare la ragione e l’emozione uscire dalle parole dell’altro.
Mi spiace “arrabbiato” ma su questa strada non riesco a seguirti. Ho riflettuto molto su quello che è successo venerdì a Catania, su quello che è stato detto, su quello che ci siamo detti. Non posso sentirmi vicino ad un modo di pensare così ottuso, che ancora una volta riduce un episodio così grave, che va ben al di là del coinvolgimento di un agente di polizia, al solito teatrino massimalista del confronto tra vite spezzate da una parte e dall’altra, che in realtà stanno dalla stessa parte, quella di un ingiustizia che non si riesce ad evitare e cui non si riesce a dare risposta.
Non posso pensare che quanto è successo ti abbia unicamente dato lo spunto per esternare la rivendicazione di altri fatti che a ragione pretendono giustizia, ma che non possono certo pretendere di averla attraverso il contrapporsi a eventi diversi, purtroppo analoghi nell’esito triste e drammatico.
Non capisco poi perché se muore un civile devi dire che è morto Carlo, Federico o Francesco, come fosse uno di famiglia, se invece muore un agente lo liquidi come “il poliziotto”. La perdita di una vita umana non può essere strumentalizzata così. E utilizzare un tono simile non fa altro che contribuire ad alimentare rancore verso un settore che, volenti o nolenti, è necessario alla vita civile della nostra società.
Ti rammento che se Rifondazione è dalla parte soprattutto dei lavoratori e delle classi più svantaggiate dovrebbe essere anche, in buona misura, dalla parte dei membri delle forze dell’ordine, che provengono spesso da famiglie con pochi mezzi in particolare del sud, che fanno un lavoro rischioso, mal pagato, sempre più vituperato. Credimi, non amo le divise o le armi, vorrei davvero poter vivere in una società in cui non ci fosse bisogno né di polizia, né di carabinieri né di esercito, ma evidentemente questa nostra società non è ancora abbastanza matura, civile, giusta affinché ciò possa realizzarsi.
Il tuo pensiero sembra rispecchiare una mentalità che è incline al muro contro muro, alla retorica giustificazione della risposta violenta come reazione sociale verso lo Stato come potere o i suoi rappresentanti (tra i quali ti ricordo ci sei anche tu). Di morte e violenza ne ho davvero abbastanza. C’è violenza nelle parole sprecate a fiumi in televisione, c’è violenza nella società che mette gli uni contro gli altri, c’è violenza nei rapporti personali e lavorativi, c’è violenza nel traffico che sta distorcendo le nostre vite ed i nostri nervi.
Si dice che ci vorrebbe una cultura civile diversa per poterci salvare da tutto questo. La cultura civile che scaturisce dal tuo pensiero e dalle tue parole mi rendo conto che non mi appartiene.

con affetto

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